martedì 31 maggio 2011

Noia (nel segno di Dante)


Tornato fra i vivi il buon pellegrino,
s’annoia nel ghiaccio ‘l conte Ugolino.
Sbuffa Caron, non s'ha più da crucciare,
Ulisse rimpiange la furia del mare.
Lustran gli uncini i fatal Malebranche,
cercan lo svago nel male di Zanche.
Torce la coda e sospira Minosse,
si lagnan gli eretici dentro le fosse.
Taccion gli amanti nella burrasca,
e Pier della Vigna si tedia la frasca.
Fiacco nel fuoco si sta ser Brunetto,
si scoccian le Furie, in primis Aletto.
Un fango di noia tortura ‘l ghiottone,
e senza una meta svolazza Gerione.

Voglion di nuovo un viaggiatore
per rallegrargli l’etterno dolore.

Brindisi di Alberto Basso, piacevole come un buon bicchiere di vino


«Sono nato il 16 marzo 1978, la mattina in cui le brigate rosse rapirono l’onorevole Aldo Moro. Penso a questo mentre il Tonio guida con il petto schiacciato contro il volante e i marciapiedi vanno a fuoco lentamente e sfrecciano veloci di fianco a noi. Penso a questo quando qualcosa sbatte contro il sedile posteriore e il Tonio mi dice “Prendila” e così mi giro e allungo il braccio e mi ritrovo tra le mani una bottiglia ghiacciata. Il Tonio mi guarda e mi dice “Bentornato” e non intende a casa, ma all’enoteca.»

Ho conosciuto Alberto al teatro anatomico della Biblioteca Ariostea, a Ferrara, in occasione di un incontro organizzato dall'Associazione Scrittori Ferraresi. Ho iniziato a leggere Brindisi, il suo primo romanzo, quella sera stessa e l'ho finito giusto qualche giorno fa. Mi è piaciuto. Che Alberto sia uno sceneggiatore, uno che mastica cinema insomma, lo si capisce dalla sua scrittura asciutta, cromatica, paratattica. Leggi il romanzo e t'immagini il film. (E chissà che un giorno...)
Il romanzo (Editrice La Mandragora, 2011) racconta le vicende Federico, voce narrante e alter ego dell'autore: alle prese con le problematiche esistenziali di un trentenne e con una tesi in storia ancora da completare, torna a lavorare alla celeberrima enoteca Al Brindisi (da cui il titolo), dove ritrova il suo scalcagnato manipolo di amici, eterni bambini con il vino nel biberon. Tra imprese goliardiche, bevute colossali e piccole grandi insicurezze, la trama si dipana sotto una pesante cappa di immobilità, fino a una conclusione surreale e fortemente visionaria.
L'incapacità dei personaggi di comunicare fra loro, espressa in maniera eccellente dai dialoghi impostati come "monologhi paralleli", è forse il tratto dominante del romanzo. Ma la cosa che più mi ha colpito è il sapiente intreccio dei tempi, che vanno a comporre una narrazione matura e poliedrica: a interrompere le vicende principali, ambientate nel presente, intervengono un passato privato, in cui il protagonista rievoca estratti della sua infanzia, e un passato storico, racchiuso nei frammenti della tesi che tratta gli anni di piombo e la strategia della tensione.
Degni di nota, infine, sono i ritratti di alcuni personaggi: dal padre di Federico, logorato prima da un'amara sconfitta politica e in seguito da una malattia spietata, alla madre, inguaribile fan di Gerry Scotti; dalla sorella più giovane, affetta da disturbi alimentari di cui nessuno sembra accorgersi, al fratello emigrato negli Stati Uniti, che un misterioso evento passato ha allontanato irrimediabilmente dal protagonista; dal professore universitario, barricato nel suo studio fumoso e nella sua inguaribile superficialità, alla Signora, l'immortale proprietaria del Brindisi; da Alice, la ragazza con cui Federico vive una storia d'amore terminale, all'amico Meme, che pare abbia ucciso un attaccabrighe dopo una zuffa all'enoteca.
Sì, Brindisi è stata una piacevole sorpresa, e questo post vuole essere un invito a procurarselo e leggerlo. Intanto, penso che riprenderò il romanzo daccapo e mi dedicherò ad assaggiare tutti gli innumerevoli vini citati.

Di seguito, il link del sito di Alberto, in cui è possibile contattare l'autore, ammirare i suoi bei disegni e acquistare il romanzo: http://www.albertobasso.com/

lunedì 30 maggio 2011

L'élite delle farfalle

Sono tutte farfalle. E le farfalle fanno schifo. Si vestono di ali colorate per mettersi in mostra, campano un giorno soltanto come le mode, aspirano roba dal naso. Le farfalle fanno schifo. E sono tutte farfalle.

"Allora, vuoi parlarmi un po' di te?"
"Cosa vuole che dica?"
"Quello che preferisci, qualsiasi cosa."
"La mia vita è una figata."
"Bene. Cos'è che la rende così bella, secondo te?"
"In primo luogo, appartengo a una classe sociale privilegiata. Non è poco."
"Ti riferisci alle garanzie economiche?"
"No. Non solo. Intendo che siamo un gradino più su, dottore. Conosce il termine élite?"
"Credo di capire. Mi stai dicendo quindi che essere nato in quella che tu chiami 'classe privilegiata' ti ha reso una persona migliore?"
"Dottore, io fin da piccolo ho passato le vacanze in Sardegna, ai Caraibi, a Chamonix, capisce? Viaggiare ti rende già una persona migliore. Lei lo sa, immagino."
"Oh, sì sì. Viaggare, stupendo. Sono appena tornato dal Sudamerica."
"Dove? Rio?"
"No, Machu Picchu e la Cordigliera delle Ande."
"Ah..."
"Beh, torniamo a noi. Che cos'altro mi vuoi dire sulla tua quotidianità? Che cosa studi?"
"Management e marketing."
"Ti piace?"
"Che domande... Lo studio serve a far soldi una volta laureati. E mio padre sta già prendendo contatti qua e là. E poi è importante frequentare un'università prestigiosa, che goda di una certa fama..."
"Per il curriculum?"
"Ehm, ma sì... Ma anche per farsi una certa immagine, mi capisce? Un conto è dire che studio alla ***, un conto è dire che studio all'università pubblica di Catania..."
"D'accordo... Oltre allo studio, cosa mi dici? Amici, fidanzata?"
"Eh, certo! Amici tanti come se piovesse, d'altronde mi conoscono un po' dappertutto, sono uno abbastanza popolare, mi capisce? Sempre a ballare fino alla chiusura, mi vedono nel privé, con la camicia giusta... Cose così..."
"Quanto alla fidanzata?"
"Beh, sì, ho una ragazza. Stiamo assieme da un bel po', un annetto circa. Non mi lamento. Ogni tanto mi tocca accompagnarla a qualche mostra o evento culturale o quella roba lì, mi spiego? A lei piace..."
"Invece a te no, da quel che ho capito."
"Ha capito giusto. Voglio dire, a cosa servono questi eventi culturali? Ci sono quattro o cinque persone tristissime che si siedono in una libreria, verso sera, ad ascoltare uno sfigato che parla delle sue seghe mentali? Con un altro, magari, che suona la chitarra. Che amarezza. Non capisco dove sia il profitto, mi capisce?"
"Hai mai affrontato questo argomento con la tua fidanzata?"
"No. Sì. Una volta, quando doveva scegliere l'università. Le ho rotto finché ha deciso di mollare l'idea delle belle arti e iscriversi a farmacia. C'è voluto un po' di tempo ma alla fine ha capito..."
"Sul piano intimo, come giudichi la vostra relazione?"
"Ok. Funziona. Anche perché se così non fosse, cosa ci stare a fare, no? Mi spiego? Delle volte ci vediamo solo per quello, se non ho voglia di starla a sentire o di portarla a qualcuno di quegli eventi. Che ci vada coi suoi amici sfigati."
"Non approvi le frequentazioni della tua ragazza?"
"Solo alcune. Ha degli amici del tipo 'sono un intellettuale incasinato', che leggono libri di cinquant'anni fa e ascoltano de André e quegli altri comunisti lì, capisce? Quelli mi stanno proprio sui coglioni."
"Non mi risulta che de André fosse comunista."
"Ma sì, ma sì. Voglio dire, gente che si fa delle menate assurde, e chi sono, e qual è il senso della vita. Mi spiego?"
"Certo... Ma dimmi, a te invece non è mai capitato di fermarti a pensare se c'è un senso dietro le cose?"
"Ah, dottore, sappia che io non mi vado a imparanoiare così, eh. Comunque, il senso è semplice: stare in alto. Essere giusti e stare in alto.
Mi capisce?"

«La sconfitta è storica. Ma non posso dirtelo, posso solo piangerlo, e guardarti crescere, come cresce l'edera, come il rovo su pietre e macerie.» (Baustelle, A vita bassa)

lunedì 23 maggio 2011

Lo spazio e il tempo di Duncan Jones

Duncan Jones è un regista (e un narratore) coi fiocchi. È così bravo che non c'interessa affatto sapere che è figlio di David Bowie. Non c'entra.
Ho visto di recente entrambi i suoi lungometraggi, prima il secondo, Source Code (al cinema), poi l'opera d'esordio, Moon (a casa). Ne sono rimasto molto colpito.
Source Code si promette al pubblico come un film d'azione tradizionale, con la classica bomba da disinnescare prima della catastrofe. Non serve aspettare molto, però, per capire la profondità eccezionale della storia di Jones, che non ho assolutamente intenzione di riassumere (e rovinare). Basti sapere che Jake Gyllenhaal, già ammirato in Donnie Darko, si trova a vivere un'intensa parabola filosofica che ritratta in maniera innovativa il concetto del tempo, coronata da un finale tutt'altro che risolutorio. Un'ardita costruzione gnoseologica, un film complesso ma avvincente, intorbidato soltanto da qualche contraddizione di troppo che mina la fluidità e l'attendibilità della trama (ma la difficoltà della materia trattata può rappresentare una parziale giustificazione).
Assolutamente impeccabile, invece, Moon. Nella sua geniale semplicità, la prima pellicola di Jones (2009) rimanda a grandi opere del genere, prima fra tutte 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. GERTY, il super robot che fa compagnia al protagonista Sam Rockwell (che ammetto di aver incontrato soltanto in Confessioni di una mente pericolosa di George Clooney), ricorda, palesemente e volutamente, HAL, l'intelligenza artificiale di 2001. Anche in questo caso, riassumere la trama sarebbe inutile e dannoso: fra l'altro, ad eccezione di un unico, notevole colpo di scena, è l'elemento introspettivo a dominare sui fatti. Dopo quasi tre anni passati sulla luna in completa solitudine, Sam Bell, tecnico di una miniera di Elio-3, si trova a fare i conti con gli effetti tremendi di un isolamento tanto prolungato: distinguere fra realtà e allucinazioni diventerà allora un'impresa difficilissima, tanto per il protagonista quanto per gli spettatori. Solo una verità insostenibile potrà dissipare ogni dubbio. E di questo, fra l'altro, non sono del tutto sicuro.
Quanto mi piace, quindi, Duncan Jones: in Source Code ci racconta per un'ora e mezza le infinite variazioni possibili degli stessi otto minuti, e non inciampa mai in un calo di tensione; in Moon mette in scena un unico personaggio, affiancato solo dalla voce di un robot, e ci tiene incollati allo schermo per novantasette minuti. Se questo non è talento, ci assomiglia proprio.

martedì 17 maggio 2011

Sull'isola di Hven

Iniziare è dura, sento una certa pressione. Vediamo di partire dalla cosa più ovvia: perché Uraniborg?
Fra i miei pochi ricordi di carattere scientifico, conservo quello dell'astronomo danese Tycho Brahe, attivo nel XVI Secolo, che persuase re Federico II di Danimarca e ottenne i finanziamenti per costruire un grande osservatorio sull'isola di Hven: il Castello di Urania, l'Uraniborg. Mi piace immaginarlo, Brahe, sulla torre più alta del castello, a scrutare imperterrito il cielo nero, sicuro che là, almeno là, si debba trovare qualche risposta, qualche misero granello di senso.
Il mio Uraniborg e il mio Brahe sono solo figure di quelli realmente esistiti, è vero, però mi sembrava un buon esempio per inquadrare lo spirito di questo blog: un punto d'osservazione dal quale scrutare ogni cielo, compreso quello di carta che pare sovrastarci tutti.