lunedì 23 maggio 2011

Lo spazio e il tempo di Duncan Jones

Duncan Jones è un regista (e un narratore) coi fiocchi. È così bravo che non c'interessa affatto sapere che è figlio di David Bowie. Non c'entra.
Ho visto di recente entrambi i suoi lungometraggi, prima il secondo, Source Code (al cinema), poi l'opera d'esordio, Moon (a casa). Ne sono rimasto molto colpito.
Source Code si promette al pubblico come un film d'azione tradizionale, con la classica bomba da disinnescare prima della catastrofe. Non serve aspettare molto, però, per capire la profondità eccezionale della storia di Jones, che non ho assolutamente intenzione di riassumere (e rovinare). Basti sapere che Jake Gyllenhaal, già ammirato in Donnie Darko, si trova a vivere un'intensa parabola filosofica che ritratta in maniera innovativa il concetto del tempo, coronata da un finale tutt'altro che risolutorio. Un'ardita costruzione gnoseologica, un film complesso ma avvincente, intorbidato soltanto da qualche contraddizione di troppo che mina la fluidità e l'attendibilità della trama (ma la difficoltà della materia trattata può rappresentare una parziale giustificazione).
Assolutamente impeccabile, invece, Moon. Nella sua geniale semplicità, la prima pellicola di Jones (2009) rimanda a grandi opere del genere, prima fra tutte 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. GERTY, il super robot che fa compagnia al protagonista Sam Rockwell (che ammetto di aver incontrato soltanto in Confessioni di una mente pericolosa di George Clooney), ricorda, palesemente e volutamente, HAL, l'intelligenza artificiale di 2001. Anche in questo caso, riassumere la trama sarebbe inutile e dannoso: fra l'altro, ad eccezione di un unico, notevole colpo di scena, è l'elemento introspettivo a dominare sui fatti. Dopo quasi tre anni passati sulla luna in completa solitudine, Sam Bell, tecnico di una miniera di Elio-3, si trova a fare i conti con gli effetti tremendi di un isolamento tanto prolungato: distinguere fra realtà e allucinazioni diventerà allora un'impresa difficilissima, tanto per il protagonista quanto per gli spettatori. Solo una verità insostenibile potrà dissipare ogni dubbio. E di questo, fra l'altro, non sono del tutto sicuro.
Quanto mi piace, quindi, Duncan Jones: in Source Code ci racconta per un'ora e mezza le infinite variazioni possibili degli stessi otto minuti, e non inciampa mai in un calo di tensione; in Moon mette in scena un unico personaggio, affiancato solo dalla voce di un robot, e ci tiene incollati allo schermo per novantasette minuti. Se questo non è talento, ci assomiglia proprio.

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